[Recensione] Song Of Horror

Proprio in questi giorni il PlayStation Store ha accolto un nuovo titolo horror che vi consigliamo di non sottovalutare assolutamente. Song Of Horror è un progetto che sembra essere nato proprio per abbracciare la filosofia del gioiellino firmato Sony, offrendo un gameplay avvincente e profondo ma allo stesso tempo rapido ed estremamente adatto ad essere fruito in sessioni di modesta durata, esattamente quel tipo di esperienza che come ben sapete piace alla nostra redazione. Certo palare di “nuovo” forse in questo caso specifico non è proprio il termine adatto. Song Of Horror è infatti un titolo che già ha potuto dare prova della sua validità, e dopo essere approdato su Steam lo scorso anno ha ben pensato di fare una capatina anche su PS4, evento che stavamo aspettando con un certo interesse. Non perdiamo altro tempo, dunque, e tuffiamoci a capofitto nel magico mondo di Song Of Horror, titolo di Protocol Games (sviluppatore) e Raiser Games (publisher) che cerca di portare un pò di novità all’interno di un genere ormai più volte riproposto.

Per prima cosa, è probabilmente meglio sottolineare che Song of Horror non è un survival horror nel senso di Resident Evil, poiché non ci sono combattimenti o armi di cui parlare. Invece prende un’enorme influenza dall’atmosfera e dagli enigmi di titoli come Silent Hill e la combina con una visuale a telecamera fissa che trasmette con successo una sensazione di terrore e claustrofobia. La natura distaccata della tua interazione con il personaggio è un vero allontanamento dai nascondigli in prima persona come Outlast e Alien: Isolation, ma si adatta perfettamente al senso del destino e del terrore in questa storia ispirata a Lovecraft. Ovviamente, qualsiasi menzione di Lovecraft richiede i soliti avvertimenti sulle sue visioni del mondo ma, data l’ispirazione qui molto libera, e il cast di personaggi giocabili è piacevolmente vario, non c’è bisogno di approfondire qui.

Inizi il gioco nei panni di Daniel Noyer, un ex editore caduto in disgrazia che scopre la misteriosa scomparsa dello scrittore horror Sebastian P. Husher e di tutta la sua famiglia. L’unico indizio è un carillon inquietante, la cui strana melodia sembra scatenare allucinazioni e incubi. Noyer viene rapidamente trascinato in una terrificante battaglia con un’entità chiamata The Presence, e i suoi tentativi di risolvere il mistero che ne derivano fanno da sfondo a cinque capitoli di terrore in una serie di luoghi iconici e spettrali, da ospedali psichiatrici deserti a un’abbazia abbandonata. La vasta gamma di riferimenti di genere, easter egg e influenze classiche rendono l’intera esperienza una gioia inquietante per i fan dell’horror in tutte le sue forme.

Graficamente, Song of Horror è piuttosto buono. Le posizioni sono dettagliate, gli oggetti interagibili risaltano e il senso di sudiciume viene trasmesso in modo brillante, in particolare se si attiva l’effetto grana della pellicola nelle opzioni. I modelli e l’animazione dei personaggi sono funzionali piuttosto che eccezionali, ma certamente abbastanza buoni da non distrarre. Ci sono alcuni denti involontariamente terrificanti in alcuni dei modelli facciali che possono essere un po’ inquietanti. L’estetica generale è perfettamente intonata e la graduale discesa nella follia e le ombre che l’accompagnano si fondono nelle ambientazioni in un modo meravigliosamente inquietante. Combina questa estetica con gli effetti di follia a sorpresa direttamente da Eternal Darkness e hai un mix vincente e raccapricciante.

Anche il classico di Gamecube Eternal Darkness sembra avere un’influenza nell’approccio a più personaggi di Song of Horror. Mentre Noyer è la figura centrale attorno alla quale ruota la storia, ogni capitolo introduce altre figure che si uniscono alla sua indagine, intenzionalmente o meno. Come accennato in precedenza, questi personaggi sono diversi, da un editore nero di mezza età a un professore d’arte ispanico e una psicologa bianca. Non c’è un’enorme quantità di sviluppo di personaggi estranei con ciascuna di queste scelte giocabili, ma invece le scopri attraverso le loro risposte agli ambienti di gioco. Questo sembra davvero naturale e fornisce un incentivo a rigiocare i capitoli da una prospettiva diversa anche se gli enigmi di base rimangono gli stessi.

Oltre a nasconderti da The Presence, devi risolvere una vasta gamma di oggetti e puzzle ambientali. Alcuni di questi sono al livello base di trovare le chiavi o portare un oggetto da un posto all’altro, mentre altri ricordano i classici di genere come il pianoforte o gli indovinelli di Shakespeare di Silent Hill 1 e 3. La maggior parte delle volte sono relativamente autonomi ma assicurati di leggere tutti i documenti che trovi con molta attenzione. Al momento ci sono un paio di enigmi eccessivamente criptici, ma i giochi Protocol stanno lavorando per renderli più accessibili: il principale colpevole è nel capitolo 5, quindi dovrebbe essere risolto quando i nuovi giocatori lo raggiungeranno.

Mi è piaciuto dover effettivamente prendere appunti con carta e penna, sebbene il gioco ti permetta di passare facilmente dal puzzle alla documentazione pertinente, e c’era un netto senso di realizzazione quando scopri il collegamento tra gli oggetti o le informazioni nascoste in un innocuo documento in cerca. C’è una chiara influenza qui dalle classiche avventure punta e clicca, e una che sembra più adatta delle “medaglie nascoste nei libri per accedere alla scuola di base nascosta” dei puzzle di Resident Evil.

La vera star dello spettacolo qui, però, è la già citata Presence. Questa entità terrificante ed enigmatica ti perseguita in tutti e cinque i capitoli, assumendo un assortimento di forme e approcci. Alcuni di questi richiedono che tu ti nasconda dalle mani scheletriche, mentre altri ti vedono dover trattenere il respiro per evitare di rivelare la tua posizione. Ogni diverso metodo di attacco – con ogni capitolo che ne introduce almeno uno nuovo – richiede un minigioco QTE che offra un vero cambio di passo. All’inizio possono essere un po’ poco intuitivi, anche se, ancora una volta, i nuovi giocatori trarranno beneficio da modifiche incrementali qui e possono causare morti ingiuste. Questo, specialmente se aggravato da alcune uccisioni istantanee in stile gotcha, potrebbe rivelarsi frustrante data l’attenzione del gioco sulla morte permanente.

Se perdi un personaggio per The Presence, se ne andranno per sempre. Questo ti dà effettivamente vite limitate per ogni capitolo, anche se se perdi Daniel il gioco finisce immediatamente, mentre i personaggi sopravvissuti potrebbero tornare nei capitoli successivi. Questa è una bella idea, ma non funziona del tutto con le morti improvvise che possono accadere. Questo aumenta il senso di terrore, ma avrei preferito o morti sceneggiate per scopi narrativi o riavvii limitati. Fortunatamente la build più recente del gioco ha introdotto un nuovo livello di difficoltà in cui viene rimossa la morte permanente. Questo potrebbe non piacere ai puristi del genere hardcore, ma ritengo che sia un’aggiunta utile per i giocatori che potrebbero voler immergersi nell’atmosfera ma non vogliono avere la frustrazione di riprodurre lunghe sezioni a causa di morti apparentemente casuali.

Song Of Horror, nel complesso, è stata un’esperienza davvero piacevole per me nonostante ci siano stati alcuni momenti di alti e bassi. L’ho trovato sia stimolante che gratificante piacevole, con un gameplay che mi ha interessato in quanto fluido e sfidante, nonostante per natura non sia adatto a tutte le tipologie di giocatori (quelli poco avvezzi al genere per esempio). Per quanto riguarda Playstation 5 (lo abbiamo giocato in retrocompatibilità) non solo segnaliamo che il titolo risulta piacevole al pari di tutte le altre piattaforme sulle quali il gioco è stato reso disponibile, ma siamo abbastanza sicuri di come la sua formula assolutamente appagante si sposi in maniera pressoché perfetta con la filosofia del gioiellino firmato Sony. Se amate i titoli dove l’avanzamento richiede impegno e dedizione vi consigliamo di farlo vostro quanto prima, anche senza aspettare alcuno sconto.

Proprio in questi giorni il PlayStation Store ha accolto un nuovo titolo horror che vi consigliamo di non sottovalutare assolutamente. Song Of Horror è un progetto che sembra essere nato proprio per abbracciare la filosofia del gioiellino firmato Sony, offrendo un gameplay avvincente e profondo ma allo stesso tempo rapido ed estremamente adatto ad essere fruito in sessioni di modesta durata, esattamente quel tipo di esperienza che come ben sapete piace alla nostra redazione. Certo palare di “nuovo” forse in questo caso specifico non è proprio il termine adatto. Song Of Horror è infatti un titolo che già ha potuto…
Song of Horror offre un'esperienza del terrore reale e dinamica. La paura monta mentre «la Presenza», un essere ultraterreno capace di adattarsi al tuo gameplay, ti dà la caccia in modi inaspettati. Vivi un'esperienza di gioco unica, diversa da ogni altro giocatore, dove la tensione cresce naturalmente senza seguire degli schemi prestabiliti.

Song Of Horror Review

VOTO FINALE - 8.8

8.8

Song of Horror offre un'esperienza del terrore reale e dinamica. La paura monta mentre «la Presenza», un essere ultraterreno capace di adattarsi al tuo gameplay, ti dà la caccia in modi inaspettati. Vivi un'esperienza di gioco unica, diversa da ogni altro giocatore, dove la tensione cresce naturalmente senza seguire degli schemi prestabiliti.