[Recensione] Carry Onward
C’è una particolare magia che solo certi videogiochi sanno sprigionare. Non parliamo dell’adrenalina di un boss fight, né del fascino irresistibile di un mondo aperto tutto da esplorare. Parliamo piuttosto di qualcosa di intimo, personale, quasi silenzioso: la capacità di raccontare una storia che tocca corde profonde, di farci entrare in punta di piedi nella mente di qualcuno, e – perché no – anche nella nostra. Carry Onward, piccolo progetto sviluppato da Andrey Chudaev, rientra con discrezione ma decisione in questa categoria. È un titolo modesto nelle dimensioni, nella durata e nel budget, ma non nelle ambizioni emotive.
Carry Onward ci propone un’esperienza breve ma intensa, costruita intorno al tema del lutto. È uno di quei giochi che cercano più di lasciare un segno che di divertire, più di far riflettere che di intrattenere. Ma ci riesce davvero? Vale la pena accompagnare Thomas – il nostro protagonista – nel suo viaggio tra le stanze di una casa ormai vuota e i frammenti di un passato doloroso? In questa recensione proverò a raccontarvelo in modo onesto, cercando di mettere in luce pregi e difetti senza dimenticare il contesto in cui questo progetto è nato: il lavoro di una sola persona.

Carry Onward si apre in modo semplice ma efficace. Nei panni di Thomas, un uomo segnato dalla perdita della moglie, ci troviamo in una casa che sta per abbandonare. È il momento del trasloco, ma anche di un addio più profondo. Ogni oggetto, ogni fotografia, ogni angolo della casa racconta una storia, un ricordo, un frammento di ciò che è stato. Ed è qui che inizia davvero il nostro viaggio: non tra nemici e missioni, ma dentro la mente e il cuore di un uomo che cerca di andare avanti.
Il gioco si sviluppa con una struttura narrativa a scelte multiple: interagendo con determinati oggetti, il giocatore può selezionare una delle tre opzioni disponibili, ognuna delle quali rappresenta un diverso approccio emotivo alla memoria legata a quell’oggetto. Queste scelte – semplici nella forma, ma spesso cariche di significato – andranno a costruire un percorso che condurrà verso uno dei cinque finali disponibili: guarigione, lascito, ricordo, novità e solitudine. La varietà dei finali incoraggia la rigiocabilità, ma non senza qualche riserva (di cui parleremo più avanti).
Fin dai primi minuti, il tono del gioco è chiaro: sobrio, riflessivo, malinconico ma mai patetico. La narrazione prende ispirazione da momenti quotidiani, come l’incontro con la moglie a una mostra fotografica, raccontato in modo semplice ma genuino. Ed è proprio questa quotidianità che riesce, almeno in parte, a rendere il dolore di Thomas qualcosa di universale.

Uno degli elementi portanti dell’esperienza è la presenza costante di scelte narrative. Ogni oggetto che esaminiamo ci presenta tre opzioni, tre modi diversi di reagire al ricordo. È un meccanismo che – sulla carta – dovrebbe favorire l’immedesimazione e costruire un percorso emotivo personalizzato. E in parte, ci riesce.
Quando funziona, questo sistema permette davvero di sentire il peso di ogni decisione: scegliere di accantonare un ricordo con freddezza, o di abbandonarsi alla nostalgia, cambia la percezione dell’interazione. Tuttavia, non sempre le scelte risultano così incisive come vorrebbero essere. Alcune opzioni appaiono troppo vaghe, poco leggibili, e non è sempre chiaro quale effetto avranno sul proseguimento della storia o sul finale.
Inoltre, va detto che – nonostante i cinque epiloghi – la struttura del gioco non aiuta a stimolare davvero la rigiocabilità. Non esistono salvataggi manuali, e ogni run deve essere ricominciata da capo, anche solo per provare a ottenere un finale diverso. Le scelte fatte in precedenza non vengono segnate o ricordate, costringendo il giocatore a memoria o a tentativi. Per un gioco così breve (la durata media si aggira tra i 15 e i 30 minuti), è un limite che si sente, specialmente se si vuole esplorare tutte le possibilità offerte.

Dal punto di vista del gameplay, Carry Onward è volutamente essenziale. Si tratta, in fin dei conti, di una esperienza narrativa interattiva, e non di un gioco d’azione o di abilità. Ci si muove all’interno della casa usando lo stick analogico e si interagisce con gli oggetti tramite un tasto. Le animazioni sono rudimentali, i movimenti del personaggio legnosi, e capita che ci siano errori di compenetrazione o di interazione. In alcune occasioni, è possibile attivare prompt in modo non intenzionale – come spegnere le luci premendo su una scatola – o addirittura sovrapporre linee di dialogo se si interagisce troppo in fretta con più oggetti. Durante il trasloco finale, bisogna trasportare delle scatole verso l’auto. Anche in questo caso, l’azione è ripetitiva, e dopo la prima run tende a perdere mordente. Fortunatamente, il gioco “alleggerisce” il processo: quando si prende una scatola da un gruppo, le altre dello stesso gruppo scompaiono, evitando di prolungare inutilmente la sequenza. È un piccolo accorgimento che mostra una certa cura per il ritmo, anche se nel complesso la sensazione è quella di una meccanica troppo minimale per reggere più di una partita.
Sul piano visivo, Carry Onward adotta uno stile low-poly in visuale top-down, che ricorda vagamente titoli come 12 Minutes. L’estetica è funzionale, ma mai memorabile. La casa è modellata in modo semplice, e l’attenzione si concentra più sugli oggetti che sui dettagli ambientali. Non ci sono personaggi a schermo oltre Thomas, e la varietà visiva è piuttosto ridotta. Ma tutto sommato, per un titolo sviluppato da una sola persona, l’aspetto grafico è coerente con le ambizioni del progetto.
Il sonoro, invece, offre qualche nota positiva in più. Il doppiaggio di Thomas – anche se non professionale – risulta in alcuni momenti genuino e sentito. Ci sono battute che suonano un po’ piatte, ma non si percepisce mai un distacco tra voce e contenuto. Si ha più la sensazione di ascoltare una persona vera che racconta la propria storia, e questo contribuisce al coinvolgimento emotivo. In alcuni frangenti, le linee vocali si sovrappongono o si interrompono se si è troppo rapidi nelle interazioni, ma sono piccoli difetti tecnici comprensibili. La colonna sonora merita una menzione speciale. Senza essere invadente, accompagna i momenti più intensi con grande delicatezza. In certe scene, la musica riesce davvero a trasmettere quel nodo alla gola che il gioco vuole suggerire, e diventa un elemento chiave per immergersi nell’atmosfera del racconto.

Carry Onward nasce – è evidente – da un dolore personale. Si percepisce in ogni scelta stilistica, nella voce del protagonista, nella malinconia che attraversa ogni stanza. È un’opera sincera, quasi una confessione mascherata da gioco. Ed è proprio questa autenticità a rappresentare la sua forza più grande… ma anche il suo limite. Raccontare il lutto è sempre difficile. Farlo attraverso un videogioco lo è ancora di più. Servono delicatezza, misura, capacità di evocare emozioni senza cadere nel patetico o nel banale. Carry Onward riesce in parte a centrare questo obiettivo, grazie alla sua brevità e alla sua intensità. Tuttavia, la mancanza di una struttura narrativa più solida, di personaggi secondari, di un contesto più ampio, fa sì che il tutto risulti a tratti troppo personale, troppo chiuso in se stesso. Manca quella scintilla universale che permette al dolore di uno di diventare il dolore di tutti.
Non si tratta di una bocciatura, anzi. L’onestà del progetto è encomiabile, e l’idea di trasformare un momento di crisi in un’esperienza videoludica è coraggiosa. Ma ci si chiede se, con un team più strutturato, con una scrittura più raffinata e con una gestione tecnica più curata, Carry Onward avrebbe potuto davvero brillare.

In definitiva, Carry Onward è un progetto che divide. Non per la tematica trattata – universale e toccante – ma per come viene trattata. Chi cerca un’esperienza narrativa breve, intima, e dal forte impatto emotivo, potrà trovare in questo gioco qualcosa di significativo. Chi invece si aspetta una struttura ludica solida, una narrazione articolata o un comparto tecnico rifinito, rischia di rimanere deluso.
Il vero valore di Carry Onward risiede nell’intenzione. È un titolo nato dal bisogno di elaborare un lutto, di raccontare una storia vera, di trasmettere un’emozione. E in questo, riesce. Con i suoi limiti, con le sue ingenuità, ma anche con tanta umanità. In un mondo videoludico spesso dominato da titoli blockbuster, open world infiniti e grafica fotorealistica, opere come questa ci ricordano che il videogioco può essere anche una forma di terapia, di auto-espressione, di connessione profonda.
Se avete mezz’ora libera, se siete in cerca di qualcosa di diverso, se non avete paura di scavare un po’ dentro voi stessi, Carry Onward potrebbe valere la vostra attenzione. E anche se non cambierà la storia del medium, potrebbe – nel suo piccolo – lasciare un’impronta nel vostro cuore.
Carry Onward è un breve gameplay narrativo che segue un uomo in lutto mentre prepara i bagagli per la sua casa. Immergiti nei suoi pensieri ed emozioni interagendo con gli oggetti che plasmano il suo stato interiore. Sperimenta il potere trasformativo dei ricordi e la speranza che nasce dall'abbracciare il cambiamento.Carry Onward
VOTO FINALE - 7
7
