[Recensione] Forgive Me Father

Se avete nostalgia per quei tiratori in prima persona che odorano di polvere da sparo, pixel e sudore d’altri tempi, Forgive Me Father su PS4 è una proposta che merita attenzione. Non è un gioco che tenta di sorprendere reinventando la ruota: prende la formula classica — pensate ai capostipiti del genere — la riveste con un’aura lovecraftiana ben studiata e ci tira sopra una colata di metallo e fumetti splatter, il tutto condito da un ritmo frenetico e da un senso del gusto estetico tanto pulp quanto curato. Il risultato è un’esperienza che, pur non essendo perfetta, sa regalare ore di godibile caos e qualche momento di autentica soddisfazione da boomer shooter.

Il gioco colloca il suo orrore in una cornice che mescola noir anni ’30 e folklore del Sud profondo: pestilenze, culti, politica marcia e una città che scivola lentamente nella follia. I protagonisti sono due e offrono due approcci: un prete, più solido e difensivo, e un giornalista, più agile e incline a tattiche aggressive (con alcuni tocchi da “maschera da rock’n’roll” come abilità legate al fumo). La narrativa si svolge per lo più tramite appunti sparsi e cutscene intervallate, lasciandovi mettere insieme i pezzi del mistero man mano che progredite. Non aspettatevi un romanzo avvincente: la storia è intenzionalmente frammentaria, pensata per sostenere il tono e l’atmosfera più che per essere il motore principale dell’esperienza. Se la vostra motivazione principale è l’azione, la trama fa il suo dovere di contorno senza pretendere di rubare la scena.

Forgive Me Father è, prima di tutto, un gioco di spari veloce e diretto. Non ci sono ricariche manuali o coperture: si punta, si spara, si strafing. Le meccaniche pescano a piene mani da quello schema “boomer shooter” che ha reso celebri titoli storici: movimento rapido, molti nemici contemporaneamente, combattimenti che premiano la mobilità e la mira. Su PS4 la conversione è stata pensata con cura: sono disponibili diversi livelli di assistenza alla mira e varie impostazioni di difficoltà per mitigare l’assenza del mouse. Questo aiuta, ma la natura del gioco rimane comunque severa — aspettatevi sezioni molto ostiche e momenti in cui la pressione è costante.

A livello di design, le singole missioni tendono a essere relativamente brevi (molti livelli si collocano nella fascia dei 5–10 minuti), con qualche stage più lungo e articolato che può superare i dieci minuti. I primi act sono rapidi e mostrano subito il ritmo; il cuore del gioco, dove il level design si mostra veramente ispirato, arriva nella parte centrale della campagna: spazi ben congegnati in cui la combinazione di verticalità, coperture naturali e corsie di fuoco dà vita a scontri frenetici ma gestibili. È qui che il gioco dà il meglio di sé: le fasi in cui la difficoltà e il bilanciamento tra sfida e divertimento sono calibrati con gusto.

Detto questo, il secondo atto e la parte finale non sono esenti da cedimenti. Alcune sezioni tirano troppo per le lunghe o introducono elementi di platforming e meccaniche fisiche (vedi nastri trasportatori) per i quali il sistema di movimento non sembra davvero pensato: risultano quindi goffe e frustranti. Ci sono aree che abusano di respawn a sorpresa o di trappole piazzate in modo punitivo — il tipo di design che può trasformare una battaglia interessante in uno slog ripetitivo. In poche parole: quando Forgive Me Father brilla, fa scintille; quando sbaglia i tempi, diventa un esercizio di sopportazione.

Un punto di forza del titolo è senza dubbio il sistema di armi e potenziamenti. Si parte con l’essenziale — pistole, fucili a pompa, tommy gun — e via via si sbloccano fino a circa otto armi principali. Ogni arma può seguire due rami di upgrade, costringendovi a scelte interessanti: più danno in cambio di meno munizioni, modalità di fuoco alternative che trasformano radicalmente il comportamento dell’arma (es. tommy gun che diventa un raggio laser), o varianti più “futuristiche” e bizzarre. Questa biforcazione delle armi aggiunge una componente tattica che incide davvero sul gameplay: scegliere la build giusta per affrontare certi nemici o certe sezioni fa la differenza e invita a rigiocare con approcci differenti.

Altri elementi di personalizzazione riguardano quattro abilità attive che si sbloccano man mano: queste vanno dall’invulnerabilità momentanea a mosse di controllo come lo stun, fino a skill più stravaganti come il recupero salute tramite attacchi corpo a corpo (soprattutto col giornalista). Le abilità sono ben bilanciate: non vi fanno sentire onnipotenti, ma offrono strumenti fondamentali per affrontare scontri più intensi. Purtroppo la curva di apprendimento delle skill tende a stabilizzarsi verso metà gioco: molte build efficaci emergono presto e, se siete furbi, potete esaurire l’albero delle abilità in anticipo. Questo dà un senso di “raggiungimento” prematuro che avrebbe potuto essere evitato con una progressione più diluita.

C’è una trovata interessante che merita menzione: la barra della follia. Col progredire dei combattimenti la follia aumenta e — controintuitivamente — maggior follia significa più potenza e meno danni subiti. È una decisione di design che rovescia le aspettative: invece di punire l’uso della violenza frenetica, il gioco la premia. Funziona molto bene a livello ludico perché incoraggia stili aggressivi e mantiene il ritmo alto; al tempo stesso rinforza il tema narrativo di esseri che si perdono nel macabro per sopravvivere. La barra si scarica se non si tiene un ritmo costante nei combattimenti, creando un ciclo di “attacca per potenziarti, rallenta per risettare” che tiene viva l’attenzione del giocatore.

Forgive Me Father non risparmia idee nella progettazione degli avversari. La galleria di mostri spazia da zombie e creature di dimensioni maggiori a nemici che si dividono o che richiedono strategie mirate per essere abbattuti. Alcuni avversari si comportano come “witch” alla Left 4 Dead, inseguendovi implacabilmente, altri piovono proiettili o lanciano attacchi a distanza. Questa varietà rende le ondate di nemici sistematicamente interessanti — fino a quando il livello non decide che la soluzione giusta è semplicemente mandarne troppi in una stanza piccola; in quel caso il divertimento può cedere il passo alla frustrazione.

Dal punto di vista estetico il gioco è un colpo d’occhio: il mondo è tridimensionale ma gli sprite dei nemici e degli oggetti sono bidimensionali, sempre orientati verso la telecamera con uno stile che richiama i fumetti pulp, i vecchi EC comics e persino tocchi che ricordano certe atmosfere di Darkest Dungeon. Linee nere marcate, colori saturi e design dei mostri che spiccano: tutto contribuisce a una sensazione di iper-stilizzazione che rende gli scontri non solo intensi ma anche visivamente gratificanti. Questo stile è ciò che, più di tutto, dà al gioco una sua identità: è splatter, è grottesco, è esagerato — e lo fa con gusto.

Se vi piace il contrasto tra scenari southern-gothic e una colonna sonora metal/rock aggressiva, siete a cavallo. Le tracce che accompagnano i combattimenti sono pompose, potenti e adatte ai momenti in cui lo schermo è pieno di proiettili e sangue. C’è però chi potrebbe trovare la scelta musicale un po’ fuori contesto rispetto all’ambientazione anni ’30 / Louisiana: un blues più sporco avrebbe potuto calzare più naturalmente. In ogni caso la musica funziona per il gameplay; contribuisce a elevare la tensione quando tutto esplode e a rendere le boss fight più adrenaliniche.
Effetti sonori e doppiaggi (quando presenti in cutscene) sono efficaci e caratterizzano bene armi e mostri. Piccola nota sul design sonoro: nelle fasi più buie il gioco usa la torcia alla Doom 3, e l’oscurità crea momenti di tensione azzeccati — peccato che spesso la torcia limiti l’uso dell’arma, un compromesso di design che può risultare irritante più che immersivo.

La campagna principale si snoda su circa 25 livelli e offre una buona quantità di ore, soprattutto se avete l’obiettivo di esplorare segreti e completare ogni scena al 100%. Il sistema di perk e la doppia scelta di classe (prete vs giornalista) danno un incentivo reale alla rigiocabilità: ogni personaggio ha un albero di abilità differente che cambia il ritmo e le scelte tattiche. Inoltre, c’è una modalità endless a ondate che consente di cimentarsi in sfide sempre più difficili con loadout e parametri personalizzabili: una bella aggiunta per chi ama testare build e scalare le leaderboard personali. Per gli amanti del completismo ci sono poi i segreti di livello e le percentuali di completamento che spingono a tornare in missioni già completate con approccio più metodico. Tuttavia, la sensazione che la progressione degli skill rallenti verso la fine del gioco potrebbe scoraggiare i completisti che desiderano una crescita costante fino al finale.

Forgive Me Father su PS4 è un omaggio viscerale al classic FPS, condito con un’estetica lovecraftiana fumettosa e una personalità forte. Quando riesce a centrare il bersaglio — livelli ben pensati, armi che spaccano, ondate di nemici che richiedono strategia e nervi saldi — regala sparatorie fulminanti e una gran soddisfazione ludica. L’art direction è uno dei suoi più grandi punti di forza: i mostri, le inquadrature e l’uso del 2D dentro il 3D conferiscono al titolo un look distintivo che rimane impresso. D’altro canto, non è privo di difetti: la difficoltà a volte sballata, la gestione non sempre felice di certe sezioni platform, la scarsità di risorse in passaggi critici e qualche incertezza tecnica su PS4 ne limitano il potenziale. A questo si aggiunge una narrativa che, sebbene coerente con l’atmosfera, opta per un approccio frammentario che non farà felici i giocatori alla ricerca di un racconto forte e lineare.

Nel complesso, e tenendo conto di quanto chiede il genere che cerca di omaggiare, il bilancio è decisamente positivo. Se amate l’adrenalina, i giochi che non si prendono sul serio ma che curano lo stile, e non vi spaventa qualche piccola ingiustizia di design, Forgive Me Father è un’esperienza che vale il prezzo del biglietto. Per chi invece predilige sistemi narrativi più profondi, progressioni più lente e un bilanciamento meno punitivo, potrebbe risultare fin troppo grezzo.

Se avete nostalgia per quei tiratori in prima persona che odorano di polvere da sparo, pixel e sudore d’altri tempi, Forgive Me Father su PS4 è una proposta che merita attenzione. Non è un gioco che tenta di sorprendere reinventando la ruota: prende la formula classica — pensate ai capostipiti del genere — la riveste con un’aura lovecraftiana ben studiata e ci tira sopra una colata di metallo e fumetti splatter, il tutto condito da un ritmo frenetico e da un senso del gusto estetico tanto pulp quanto curato. Il risultato è un’esperienza che, pur non essendo perfetta, sa regalare…
Forgive Me Father è la classica storia di amore-odio: vi innamorerete della sua identità visiva, della frenesia delle sparatorie e delle armi che si trasformano in bizzarre macchine di distruzione; allo stesso tempo potreste arrabbiarvi per sezioni che sembrano progettate per testare la vostra pazienza e per scelte di bilanciamento che a volte scricchiolano. Se il vostro cuore batte per i giochi che sparano prima di chiedere permesso, e se non vi spaventa ogni tanto pagare pegno per un crescendo di follia e sangue, allora questo titolo su PS4 è da provare. Non è perfetto — ma è genuino, divertente e, soprattutto, sa come farti venire voglia di ricaricare e ricominciare. E, dopo tutto, in fondo al barile di una buona run ’n’ gun, di cosa abbiamo davvero bisogno se non di una bella scorta di proiettili e di una scusa per non dormire stanotte?

Forgive Me Father

VOTO FINALE - 8

8

Forgive Me Father è la classica storia di amore-odio: vi innamorerete della sua identità visiva, della frenesia delle sparatorie e delle armi che si trasformano in bizzarre macchine di distruzione; allo stesso tempo potreste arrabbiarvi per sezioni che sembrano progettate per testare la vostra pazienza e per scelte di bilanciamento che a volte scricchiolano. Se il vostro cuore batte per i giochi che sparano prima di chiedere permesso, e se non vi spaventa ogni tanto pagare pegno per un crescendo di follia e sangue, allora questo titolo su PS4 è da provare. Non è perfetto — ma è genuino, divertente e, soprattutto, sa come farti venire voglia di ricaricare e ricominciare. E, dopo tutto, in fondo al barile di una buona run ’n’ gun, di cosa abbiamo davvero bisogno se non di una bella scorta di proiettili e di una scusa per non dormire stanotte?

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