[Recensione] Yerba Buena
Yerba Buena è uno di quei giochi che non puntano tanto a impressionare con la scala, con il realismo o con la spettacolarità, quanto piuttosto con un’idea forte. È un puzzle-platform in prima persona ambientato in una versione stilizzata della San Francisco degli anni Settanta, ma fin dai primi minuti diventa chiaro che la città non è semplicemente una ricostruzione d’epoca. C’è qualcosa che non funziona: oggetti che tremano, strutture instabili, persone intrappolate in comportamenti assurdi, regole fisiche che sembrano essersi rotte. Il mondo di gioco ha l’aria di un sistema lasciato a metà, di una realtà artificiale che prova a reggersi in piedi mentre tutto intorno inizia lentamente a sgretolarsi.

La protagonista è Barb, una giovane donna arrivata in città in cerca di una nuova occasione. Non è un’eroina nel senso tradizionale del termine: all’inizio appare piuttosto come una persona qualunque, senza una direzione precisa, circondata da una piccola rete di amici e conoscenti. C’è Russell, tassista e figura fondamentale nella sua vita; ci sono Wanda e Jorge, che gestiscono un negozio locale; c’è Tee, un fattorino bloccato in una posa innaturale che all’inizio sembra quasi un bug comico. Il gioco parte proprio da questa quotidianità un po’ stramba, prima di mandarla completamente fuori strada. Durante un tragitto in taxi, Barb e Russell vengono attaccati da Bear, leader di una gang di motociclisti, che rapisce Russell e perde una misteriosa valigetta. Dentro c’è l’Oscillator, l’oggetto attorno al quale ruota l’intera esperienza.
L’Oscillator è una sorta di pistola capace di copiare proprietà fisiche dagli oggetti e trasferirle ad altri elementi colpiti dal Glitch. Se un’auto si muove verso sinistra, quel movimento può essere assorbito e applicato a un cassonetto. Se una ventola gira, la sua rotazione può essere trasferita a una struttura molto più grande. Con il passare delle ore entrano in gioco anche altre proprietà, come la rimbalzabilità, l’intangibilità gassosa o superfici appiccicose che modificano il modo in cui Barb e gli oggetti interagiscono con l’ambiente. L’idea è semplice da capire, ma abbastanza elastica da permettere al gioco di costruire puzzle sempre più articolati.
Il merito principale di Yerba Buena sta proprio in questo: riesce a rendere interessante un singolo concetto per tutta la durata dell’avventura. Nei momenti migliori, usare l’Oscillator dà una soddisfazione rara. Si osserva l’ambiente, si capisce quale movimento può essere utile, si trasferisce la proprietà giusta all’oggetto giusto e all’improvviso un ostacolo apparentemente immobile diventa parte della soluzione. C’è un piacere molto fisico nel vedere edifici, piattaforme, blocchi e strutture enormi obbedire a regole prese in prestito da oggetti banali. Il gioco sa regalare quei piccoli momenti in cui ci si sente davvero furbi, soprattutto quando chiede di combinare più proprietà in sequenza: spostare un oggetto, renderlo temporaneamente gassoso per farlo passare attraverso un ostacolo, poi riportarlo allo stato solido e usarlo come base per proseguire.

La progressione è ben pensata. Le prime sezioni insegnano con calma le possibilità dell’Oscillator, mentre i capitoli successivi alzano gradualmente il livello di complessità. Yerba Buena non si limita a ripetere lo stesso trucco: introduce nuove varianti, costringe a ripensare regole già apprese e costruisce stanze sempre più elaborate. Alcune aree, soprattutto quelle più surreali legate a una specie di parco divertimenti fuori scala, funzionano quasi come laboratori in cui il gioco mette alla prova le abilità appena acquisite. In questi momenti emerge il lato più giocoso e fantasioso dell’esperienza, con enigmi che sembrano partire da una logica quasi assurda ma che, una volta risolti, risultano coerenti.
Detto questo, Yerba Buena non è sempre pulitissimo nella sua esecuzione. Su PS5 il sistema di mira dell’Oscillator può risultare un po’ macchinoso, soprattutto quando bisogna puntare oggetti in movimento o parti specifiche di un meccanismo. Con un controller, alcune interazioni richiedono più precisione di quanta il gioco riesca a garantire con naturalezza. Non è un problema costante, ma emerge proprio nelle sezioni più complesse, quando bisognerebbe passare rapidamente da una proprietà all’altra. In quei momenti il ritmo può inciampare: non perché l’enigma sia difficile in sé, ma perché il gioco chiede una precisione che il sistema di controllo non sempre sostiene con la stessa eleganza dell’idea di base.
Anche alcune scelte di qualità della vita avrebbero reso l’esperienza più fluida. L’Oscillator conserva una sola proprietà alla volta, quindi capita spesso di dover tornare indietro per scansionare di nuovo lo stesso oggetto. Quando il puzzle è breve, la cosa non pesa; quando invece una sequenza si allunga, questa ripetizione può diventare un po’ meccanica. Lo stesso vale per il sistema di reset, che tende a riportare indietro intere modifiche invece di permettere di annullare singoli passaggi. Sono limiti che non rovinano il gioco, ma ne rendono più evidente la natura imperfetta, soprattutto nelle fasi avanzate.

Il platforming, invece, resta volutamente secondario. Barb può saltare e muoversi negli spazi, ma Yerba Buena non è mai davvero un platform puro. I salti servono più che altro a completare gli enigmi ambientali, raggiungere punti specifici o sfruttare superfici rimbalzanti. Quando tutto funziona, la commistione tra movimento e puzzle è piacevole; quando invece entrano in gioco angoli precisi, rimbalzi o tempistiche strette, emerge qualche ruvidità. Fortunatamente il gioco non punisce mai in modo severo: cadute e pericoli riportano Barb indietro di poco, incoraggiando la sperimentazione piuttosto che la frustrazione.
La storia è una componente importante e, pur con qualche irregolarità, riesce a dare personalità all’avventura. Il colpo di scena centrale, ovvero la consapevolezza che Barb vive dentro un videogioco incompleto e deteriorato, non resta un semplice espediente meta-narrativo. Yerba Buena usa questa idea per parlare di identità, controllo, creatività e libero arbitrio. Barb non era pensata per essere la protagonista di questa realtà, eppure si ritrova a riscriverne le regole. Bear, che inizialmente sembra solo un biker sopra le righe, acquisisce un significato diverso quando il gioco lascia intuire il controllo esterno che influenza le sue azioni. Anche la presenza di audio log e tracce lasciate dagli sviluppatori del mondo fittizio contribuisce a costruire la sensazione di trovarsi in un’opera abbandonata, manipolata e ormai fuori controllo.
Non tutto, però, ha lo stesso peso emotivo. Barb è una protagonista simpatica e funzionale, ma non sempre memorabile. Alcuni personaggi secondari servono più a portare avanti la trama che a lasciare un segno profondo, e certe scene dialogate tendono a spiegare un po’ troppo. Inoltre, quando si è costretti a riascoltare battute o conversazioni dopo un errore, il ritmo ne risente. Eppure il tono generale funziona: Yerba Buena alterna momenti bizzarri, quasi comici, a passaggi più malinconici e inquieti, senza diventare mai pesante. Il risultato è una storia strana, imperfetta, ma con un’identità chiara.

Dal punto di vista artistico, il gioco colpisce positivamente. La San Francisco anni Settanta non cerca il realismo, ma una rappresentazione colorata, esagerata, quasi da fumetto. Le strade, gli interni, il parco e le zone più astratte hanno un aspetto volutamente artificiale, coerente con il tema della simulazione difettosa. I colori caldi delle prime aree lasciano spazio, più avanti, a scenari più freddi e disturbanti, mentre gli effetti di Glitch danno al mondo un’instabilità costante. Non sempre le animazioni dei personaggi sono all’altezza della direzione artistica, e qualche cutscene appare un po’ rigida, ma l’impatto visivo complessivo rimane forte e riconoscibile.
Il comparto sonoro accompagna bene l’esperienza, anche se avrebbe potuto sfruttare meglio l’ambientazione anni Settanta. Le musiche creano atmosfera, ma raramente diventano davvero memorabili o capaci di evocare fino in fondo l’energia culturale dell’epoca. Più riusciti sono i suoni ambientali e le distorsioni legate al Glitch, che mantengono viva la sensazione di trovarsi in un sistema instabile. Il doppiaggio alterna momenti convincenti ad altri meno naturali, ma in generale sostiene il tono eccentrico del gioco.

Su PS5 Yerba Buena si presenta come un’avventura di circa dieci ore, lineare ma ricca di idee. Non è un puzzle-platform perfetto e non sempre riesce a trasformare la sua brillante premessa in meccaniche impeccabili. A volte è guidato, a volte ripetitivo, a volte meno preciso di quanto dovrebbe. Ma è anche un gioco pieno di personalità, costruito attorno a una meccanica intelligente e capace di sorprendere più volte. La sua forza non sta nella pulizia assoluta, bensì nell’ambizione: prende un’idea curiosa, la inserisce in un mondo visivamente particolare e la usa per raccontare una storia meta-narrativa che rimane impressa.
Yerba Buena è consigliato soprattutto a chi ama i puzzle ambientali basati sulla fisica e non ha paura di perdonare qualche asperità in cambio di originalità. Quando tutto si incastra, l’Oscillator è uno strumento davvero divertente, e vedere il mondo piegarsi alle regole appena copiate dà al gioco un fascino tutto suo. Non reinventa completamente il genere, ma lo interpreta con intelligenza, cuore e una dose notevole di stranezza. Su PS5 resta un’esperienza solida, creativa e piacevolmente fuori dagli schemi.
Yerba Buena è un puzzle-platformer creativo, brillante nelle idee e ricco di personalità. L’Oscillator è una meccanica riuscita, capace di generare enigmi intelligenti e momenti davvero soddisfacenti, mentre l’ambientazione meta-videoludica nella San Francisco anni Settanta dà al gioco un’identità forte. Qualche imprecisione nei controlli, alcune sezioni ripetitive e una narrazione non sempre equilibrata ne limitano il pieno potenziale, ma l’esperienza resta originale, piacevole e consigliata agli amanti dei puzzle fisici.Yerba Buena
VOTO FINALE - 8
8
