[Recensione] A Pizza Delivery

A volte un videogioco arriva in punta di piedi, senza il fragore delle grandi produzioni, e riesce comunque a insinuarsi nella mente del giocatore in modi inaspettati. A Pizza Delivery, sviluppato da Eric Osuna e pubblicato da Dolores Entertainment, è uno di quei titoli che si presentano con una premessa semplice — consegnare una pizza — per poi trascinarti in un viaggio che ha poco a che fare con la puntualità dell’ordine e molto, invece, con il senso di spaesamento, di ricerca personale e di connessione con gli altri. Non è un gioco che tenta di sorprendere con meccaniche complesse o con un’azione frenetica, e non è nemmeno un classico “walking simulator”. È qualcosa di più intimo, meditativo, stranamente poetico.

A Pizza Delivery si presenta come una narrativa breve ma intensa, costruita su ambientazioni surreali, incontri fugaci e una serie di piccoli enigmi che spingono il giocatore a leggere il mondo ai margini della logica. Non è un’esperienza lunga — ci si muove tra le quattro e le sei ore, a seconda di quanto ci si lascia distrarre da esplorazioni e collezionabili — ma è un viaggio che cerca di dire qualcosa, anche quando lo fa in modo volutamente criptico o imperfetto. E un po’ come una pizza lasciata troppo a lungo nella scatola, a volte arriva tiepida, altre volte sorprende con profumi che non ti aspettavi più di sentire.

La premessa è immediata: si interpreta B, una ragazza che lavora per una pizzeria locale. È notte, la si vede uscire da un ascensore, e si capisce subito che c’è un’ultima consegna da completare prima della fine del turno. È in quel momento che il gioco inizia a insinuare la sua prima stranezza: la casa in cui B effettua la consegna è silenziosa, isolata, immersa in un’atmosfera quasi sospesa. Il cliente non sembra del tutto… presente, diciamo così. E prima ancora che il giocatore possa interrogarsi sulla bizzarria della scena, un telefono pubblico squilla. È il suo capo, Earl, che annuncia che c’è un’ulteriore consegna da effettuare.

È un ingranaggio narrativo semplice, ma efficace: la normalità strappa, si incrina, e B si ritrova a seguire dei pali indicatori nel tentativo di orientarsi. In pochi minuti, il gioco rivela la sua natura: il mondo attorno a lei non è reale. È un non-luogo, sospeso tra ricordi sfumati, pensieri non risolti, frammenti di esistenze non più ancorate al presente. Questa “terra di mezzo” in cui il giocatore si muove è ciò che dà carattere all’intera esperienza. Non è un purgatorio nel senso tradizionale, e nemmeno un sogno lucido. È un ambiente in cui le persone finiscono quando non sanno più dove andare nella loro vita: quando si sentono interrotte, svuotate, bloccate. Non è un mondo necessariamente ostile, ma è un luogo in cui sia B che gli altri personaggi sembrano sospesi, incapaci di tornare davvero alla vita reale senza un gesto di connessione, un piccolo atto di apertura — e quel gesto, quasi sempre, è rappresentato dalla condivisione di una fetta di pizza.

Il gameplay è costruito in modo estremamente lineare, ma non nel senso negativo del termine. Non ci sono bivi narrativi, non ci sono sistemi complessi da padroneggiare, e non c’è mai la sensazione di avere mille direzioni possibili. A Pizza Delivery ti guida, ti suggerisce, ti accompagna, quasi come se stessa fosse un narratore invisibile che teme di perdere il suo protagonista di vista. La sensazione complessiva, soprattutto nelle prime ore, è di trovarsi in un sogno lucido: campi sterminati, case isolate, colline rosse e viola, tunnel che sembrano caricati male, come se il mondo stesso stesse lottando per esistere davanti agli occhi del giocatore. Alcuni scenari sembrano prototipi di paesaggi reali; altri appaiono come ricordi incompleti, come se qualcuno avesse dimenticato di riempire i dettagli.

Guidare la Vespa è il mezzo principale per attraversare questi spazi. Non si tratta di una guida tecnica o precisa — anzi, su PS5 lo sterzo inizialmente risponde in modo un po’ troppo brusco, costringendo a modificare la sensibilità della telecamera nelle impostazioni — ma la Vespa diventa presto un’estensione del ritmo del gioco: lenta, metodica, quasi meditativa, come se invitasse a prendersi il proprio tempo.

Gli enigmi presenti in A Pizza Delivery sono semplici nella loro logica e, nella maggior parte dei casi, integrati bene nel percorso. Molti richiedono di comprendere come portare avanti la pizza intatta, evitando acqua, pioggia battente o meccanismi che rischiano di rovinarla. Altri prevedono leve, percorsi nascosti, elementi ambientali da manipolare. Il bello è che questi puzzle non pretendono mai di essere il “centro del gioco”: servono a scandire il viaggio, a rallentare quando serve, a far riflettere non solo sulla soluzione, ma anche sul perché lo si sta facendo. Sono sfide più emotive che tecniche: un modo per rendere tangibile la fatica di andare avanti. Alcuni enigmi, specialmente nelle sezioni più avanzate, sono meno intuitivi. Talvolta il mondo sembra ripetersi, creando loop che confondono e disorientano. Questo effetto, però, è coerente con il tema del gioco stesso: l’idea di essere intrappolati in un frammento di memoria che non sa come evolversi. Raramente la frustrazione prende il sopravvento, anche perché il gioco si mantiene sempre breve, quasi timido, nel proporre le sue sfide.

Per quanto il mondo di A Pizza Delivery sembri vasto, popolato da strade infinite e campi senza fine, i personaggi sono pochissimi. Ma sono costruiti con una cura che rende ogni incontro memorabile. C’è Noby, il primo individuo che si incontra nel “non-luogo”: una figura che sembra aver smarrito la ragione della sua presenza lì, ma che allo stesso tempo appare consapevole del suo stato di sospensione. Il suo modo di spiegare il mondo suggerisce che si tratti di un posto in cui si finisce quando si ha paura di andare avanti. Poi c’è il Backpack Guy, probabilmente il personaggio più amato da chi ha giocato il titolo. Un uomo con uno zaino enorme, che parla attraverso metafore, ricordi e un umorismo quasi inconsapevole. La scena in cui lancia sassi sull’acqua insieme a B è uno dei momenti più delicati dell’intera esperienza: una pausa, un respiro, una parentesi in cui la narrativa smette di essere criptica e diventa semplicemente umana.

Ci sono poi altri personaggi, ognuno con una sua estetica particolare: alcuni appaiono come macchiati di bianco, come se parti del loro corpo fossero state cancellate o dimenticate. È un’idea visiva potente, forse una delle più evocative del gioco: persone che stanno lentamente svanendo nelle loro stesse memorie, prive di colori e contorni. Con ognuno di loro, la pizza diventa una chiave: una fetta offerta, un frammento di dialogo, una minuscola connessione che permette a quelle figure di ricordare, di accettare, di muoversi verso una possibile uscita.

Dal punto di vista artistico, A Pizza Delivery è una piccola sorpresa. La versione PS5 mette in evidenza la cura per l’illuminazione e l’uso di texture dipinte, quasi pittoriche, che rendono ogni area del gioco simile a un quadro in movimento. Non c’è realismo, e non è nemmeno ricercato: ciò che conta è la sensazione di entrare in spazi in cui la realtà è stata filtrata attraverso un ricordo. Alcuni scenari rimangono davvero impressi ed il comparto audio lavora in totale armonia con le immagini: rumori naturali, un sottofondo musicale tenue e malinconico, motore della Vespa che ronza come un pensiero che cerca di prendere forma. Nulla di invasivo, niente melodramma: solo un’atmosfera che accompagna senza rubare la scena.

Una delle qualità più particolari del gioco è il modo in cui inserisce continuamente dei rallentamenti narrativi: momenti di attesa, di camminate lunghe, di pause non sempre spiegate. Si potrebbe dire che A Pizza Delivery non ha paura del vuoto, anzi se ne serve per raccontare la sensazione di essere bloccati in se stessi. Il ritorno dei ricordi di B è altrettanto lento, frammentato: piccoli oggetti che emergono sul suo cammino — un disco appartenuto al padre, una fotografia, un ricordo della sua ragazza — che non creano mai una storia sorprendente, ma compongono un mosaico fragile e umano. Non c’è nessun grande colpo di scena narrativo; ciò che colpisce è la naturalezza con cui il gioco suggerisce che anche B, come le persone che incontra, è finita in quel non-luogo perché aveva perso qualcosa di fondamentale: un senso di direzione.

Verso la fine, il gioco introduce sequenze più rapide, quasi ansiogene, che rompono per un attimo il ritmo contemplativo. B deve fuggire, anche se non si capisce con chiarezza da cosa. È una fuga simbolica, quasi istintiva, come se finalmente fosse consapevole del fatto che non può restare in quel mondo. E quando la seconda pizza — quella rimasta nel bauletto per tutto il viaggio — viene finalmente consegnata, i titoli di coda iniziano a scorrere. La storia non spiega tutto, e non credo voglia farlo. Preferisce lasciare il giocatore con l’impressione che ciò che conta non sia la meta, ma il modo in cui B ha riconosciuto sé stessa attraverso gli altri.

A Pizza Delivery non è un gioco perfetto. È breve, talvolta un po’ rigido nella guida, e alcune sezioni potrebbero confondere i giocatori più abituati a percorsi chiari. Ma allo stesso tempo è un’opera che si prende il rischio di essere diversa, di raccontare un viaggio emotivo attraverso un linguaggio semplice e visivo più che verbale. Su PS5 scorre fluido, restituisce un’ottima atmosfera e, nonostante qualche piccola imperfezione tecnica, riesce a mantenere intatta la sua identità. È un’esperienza da vivere quando si ha voglia di qualcosa che non sia un semplice intrattenimento, ma un breve momento di riflessione vestito da racconto surrealista. Non tutti i giochi devono durare decine di ore o offrire sistemi intricati. Alcuni, come A Pizza Delivery, lasciano il loro segno proprio perché sanno fermarsi, sanno parlare piano, sanno creare connessioni sottili con chi li gioca. E qualche volta, una fetta di pizza condivisa con uno sconosciuto dice più di qualsiasi grande rivelazione.

A volte un videogioco arriva in punta di piedi, senza il fragore delle grandi produzioni, e riesce comunque a insinuarsi nella mente del giocatore in modi inaspettati. A Pizza Delivery, sviluppato da Eric Osuna e pubblicato da Dolores Entertainment, è uno di quei titoli che si presentano con una premessa semplice — consegnare una pizza — per poi trascinarti in un viaggio che ha poco a che fare con la puntualità dell’ordine e molto, invece, con il senso di spaesamento, di ricerca personale e di connessione con gli altri. Non è un gioco che tenta di sorprendere con meccaniche complesse…
A Pizza Delivery è un breve ma suggestivo viaggio narrativo, costruito su atmosfere surreali, incontri fugaci e piccoli momenti di connessione umana. Pur con qualche limite tecnico e un prezzo non proprio leggerissimo rispetto alla durata, l’esperienza resta toccante, particolare e capace di lasciare un’impressione duratura. Una piccola avventura che punta più al cuore che al gameplay.

A Pizza Delivery

VOTO FINALE - 7.5

7.5

A Pizza Delivery è un breve ma suggestivo viaggio narrativo, costruito su atmosfere surreali, incontri fugaci e piccoli momenti di connessione umana. Pur con qualche limite tecnico e un prezzo non proprio leggerissimo rispetto alla durata, l’esperienza resta toccante, particolare e capace di lasciare un’impressione duratura. Una piccola avventura che punta più al cuore che al gameplay.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi