[Recensione] The Empty Desk

The Empty Desk è uno di quei titoli che si inseriscono con naturalezza nel filone ormai molto affollato dei thriller psicologici in prima persona, ma che prova comunque a distinguersi costruendo un’esperienza più contenuta, quasi claustrofobica, ambientata interamente all’interno di un enorme complesso aziendale. Nei panni del detective Thomas H. Bennett, ormai a pochi giorni dal pensionamento, il giocatore viene trascinato dentro un ultimo caso che, almeno sulla carta, sembra avere tutti gli ingredienti giusti: una potente famiglia industriale, una morte sospetta, una scomparsa improvvisa e una serie di eventi che rapidamente scivolano verso il sovrannaturale.

L’ambientazione è senza dubbio uno degli elementi più forti dell’esperienza. L’intera indagine si svolge all’interno della sede della Blackthorn & Co, un gigantesco edificio corporate che racchiude uffici, archivi, sale operative e spazi apparentemente secondari che però diventano sempre più inquietanti man mano che si procede. Nonostante la struttura sia relativamente contenuta, il gioco riesce a far percepire un senso di spazio labirintico, anche grazie al modo in cui alcune aree cambiano leggermente nel tempo, alterando la memoria del giocatore e rendendo ogni ritorno sui propri passi meno prevedibile di quanto ci si aspetterebbe. L’atmosfera generale è fredda, quasi sterile, con un uso molto marcato di tonalità desaturate e luci artificiali che accentuano la sensazione di trovarsi in un luogo aziendale privo di umanità.

Dal punto di vista narrativo, il gioco segue un’impostazione abbastanza lineare ma efficace. L’indagine parte da un caso apparentemente semplice – la morte del capo della Blackthorn e la scomparsa della figlia Emily – per poi espandersi lentamente verso qualcosa di più ambiguo e disturbante. Il protagonista non è il classico detective brillante e sicuro di sé, ma piuttosto un uomo stanco, segnato da anni di lavoro e da un passato personale che lo lega in modo doloroso alla stessa azienda che sta investigando. Questo elemento contribuisce a dare un tono più intimo alla storia, che si sviluppa attraverso dialoghi, appunti, documenti e brevi conversazioni con colleghi e figure che lo assistono a distanza.

Un elemento ricorrente è la presenza di una figura misteriosa, una sorta di guida sovrannaturale che accompagna Bennett lungo il caso. Questa presenza non è invasiva, ma interviene nei momenti chiave, contribuendo a rafforzare la componente psicologica dell’esperienza e a rendere sempre più incerta la distinzione tra ciò che è reale e ciò che potrebbe essere frutto della percezione alterata del protagonista.

Il gameplay ruota attorno all’esplorazione e alla raccolta di prove. Il giocatore si muove in prima persona all’interno dei vari ambienti dell’edificio, cercando documenti, file, oggetti e indizi che possano essere fotografati con una particolare fotocamera in dotazione al detective. Questa meccanica è centrale: non si tratta semplicemente di osservare, ma di documentare attivamente ciò che sembra rilevante per progredire nella missione. Tuttavia, il sistema è strutturato in modo molto guidato. Gli obiettivi sono sempre chiari, e spesso il gioco indica implicitamente cosa sia importante e cosa no, riducendo al minimo il rischio di perdersi o di non capire cosa fare.

La fotocamera introduce un elemento interessante, ma anche leggermente ripetitivo nel lungo periodo. Ha un numero limitato di scatti e richiede periodicamente una sorta di “ricalibrazione” in aree specifiche dell’edificio, dove le prove raccolte vengono valutate e confermate. Questo crea una sorta di ciclo di esplorazione e verifica che scandisce la progressione dei capitoli. A ciò si aggiunge una meccanica di scansione che evidenzia elementi potenzialmente rilevanti nell’ambiente, ma che spesso porta il giocatore a controllare numerosi oggetti prima di trovare quelli effettivamente utili.

Un altro aspetto che caratterizza il gioco è la sua struttura a capitoli, ognuno dei quali ruota attorno a un obiettivo principale e a una serie di compiti secondari piuttosto semplici. Si tratta spesso di recuperare documenti, identificare file specifici o trovare materiali nascosti negli uffici e negli archivi. In alcune situazioni il gioco introduce piccoli elementi di ricerca più articolata, come casseforti da sbloccare tramite codici trovati altrove o serie di oggetti da collegare a determinati personaggi. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le attività restano abbastanza lineari e basate sull’osservazione piuttosto che sulla risoluzione di veri e propri enigmi complessi.

In alcuni momenti il gioco tenta di variare il ritmo introducendo sequenze più surreali, in cui l’ambiente si trasforma in qualcosa di meno realistico e più simbolico. Corridoi che si ripetono, spazi che cambiano leggermente tra un passaggio e l’altro, e sezioni in cui il protagonista si ritrova a esplorare strutture labirintiche più astratte, spesso accompagnate da elementi visivi come orologi o geometrie ripetute. Queste parti rappresentano probabilmente i momenti più memorabili dell’esperienza, anche se a volte possono risultare un po’ dispersivi.

Il comparto audiovisivo contribuisce in modo significativo all’atmosfera generale. Il sonoro è molto minimale: rumori ambientali, passi, porte che si aprono, suoni lontani e un uso piuttosto misurato della musica. Questo silenzio quasi costante aiuta a costruire una sensazione di isolamento che si adatta bene al tipo di esperienza proposta. Visivamente, il gioco punta su un’estetica pulita e funzionale, con ambienti dettagliati ma volutamente privi di calore. Gli uffici sono spogli, quasi privi di elementi personali, come se l’intero edificio fosse stato progettato più per la funzione che per le persone che lo abitano.

Dal punto di vista tecnico, la versione PS5 offre un’esperienza generalmente stabile e fluida. I caricamenti sono rapidi e la resa complessiva è solida, anche se si percepisce una certa semplicità nelle animazioni e nei modelli dei personaggi, che risultano meno espressivi rispetto al resto della presentazione. Anche le sequenze narrative si affidano spesso a dialoghi statici o immagini fisse, piuttosto che a scene cinematiche più elaborate.

La durata complessiva si attesta su poche ore, e il ritmo è piuttosto costante dall’inizio alla fine. Nonostante ciò, alcuni giocatori potrebbero percepire una certa ripetitività nelle fasi centrali, soprattutto a causa della struttura basata sulla raccolta e sulla verifica delle prove. Tuttavia, la progressione della storia e l’evoluzione dell’ambiente riescono comunque a mantenere vivo l’interesse, soprattutto per chi apprezza le narrazioni più lente e atmosferiche.

Nel complesso, The Empty Desk è un’esperienza che punta più sull’atmosfera e sulla costruzione del mistero che sulla complessità del gameplay. Non cerca mai di essere un titolo particolarmente impegnativo dal punto di vista ludico, ma piuttosto un viaggio narrativo in un contesto inquieto e progressivamente sempre più distorto. Alcune scelte di design risultano molto semplici, e il gioco non sempre approfondisce le sue idee più interessanti quanto potrebbe, ma riesce comunque a offrire un’esperienza coerente e con una sua identità ben definita. È un titolo che probabilmente rende meglio se affrontato senza aspettative di grande complessità o di enigmi elaborati, ma piuttosto come un racconto interattivo con venature psicologiche e sovrannaturali, che trova il suo punto di forza nell’atmosfera e nel senso di inquietudine costante che accompagna tutta l’indagine.

The Empty Desk è uno di quei titoli che si inseriscono con naturalezza nel filone ormai molto affollato dei thriller psicologici in prima persona, ma che prova comunque a distinguersi costruendo un’esperienza più contenuta, quasi claustrofobica, ambientata interamente all’interno di un enorme complesso aziendale. Nei panni del detective Thomas H. Bennett, ormai a pochi giorni dal pensionamento, il giocatore viene trascinato dentro un ultimo caso che, almeno sulla carta, sembra avere tutti gli ingredienti giusti: una potente famiglia industriale, una morte sospetta, una scomparsa improvvisa e una serie di eventi che rapidamente scivolano verso il sovrannaturale. L’ambientazione è senza dubbio…
The Empty Desk è un thriller psicologico in prima persona che punta soprattutto su atmosfera e narrazione, accompagnando il giocatore in un’indagine breve ma ricca di suggestioni all’interno di un contesto aziendale sempre più inquietante e fuori dagli schemi. L’esperienza scorre su binari piuttosto lineari, con meccaniche semplici che lasciano spazio al racconto e al senso di mistero, mentre il gioco alterna momenti più ordinari a sezioni leggermente più surreali e disturbanti. Il risultato è un titolo che si lascia seguire con interesse, soprattutto per la sua ambientazione e il suo tono costante.

The Empty Desk

VOTO FINALE - 7

7

The Empty Desk è un thriller psicologico in prima persona che punta soprattutto su atmosfera e narrazione, accompagnando il giocatore in un’indagine breve ma ricca di suggestioni all’interno di un contesto aziendale sempre più inquietante e fuori dagli schemi. L’esperienza scorre su binari piuttosto lineari, con meccaniche semplici che lasciano spazio al racconto e al senso di mistero, mentre il gioco alterna momenti più ordinari a sezioni leggermente più surreali e disturbanti. Il risultato è un titolo che si lascia seguire con interesse, soprattutto per la sua ambientazione e il suo tono costante.

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