[Recensione] Islanders: New Shores
C’è un genere videoludico che, forse più di ogni altro, ha saputo trasformarsi nel tempo, adattarsi a nuovi linguaggi, cambiare forma senza mai perdere del tutto il proprio spirito originale: il city builder. Dai tempi delle metropoli iper-dettagliate e nevrotiche di SimCity alle scelte ponderate e finemente equilibrate di Cities: Skylines, passando per proposte ibride e sorprendenti come Tropico o Anno, il city building ha sempre flirtato con l’idea del controllo, dell’espansione pianificata, della simmetria. Ma cosa succede quando togliamo tutto questo? Quando eliminiamo tasse, cittadini, traffico e leggi da amministrare? Quando rimangono solo l’istinto, lo spazio e la volontà di creare?
Sviluppato da The Station e pubblicato da Coatsink insieme a Thunderful Publishing, Islanders: New Shores approda su PlayStation 5 portando con sé un’idea tanto semplice quanto affascinante: offrire un’esperienza di city building minimale, rilassante, quasi contemplativa. In un mare sempre più affollato di titoli frenetici, pieni di obiettivi, scelte complesse, aggiornamenti continui e curve di apprendimento talvolta scoraggianti, Islanders: New Shores sembra voler proporre l’esatto contrario. E nel farlo, riesce a distinguersi senza mai risultare banale.

La struttura alla base del gioco è immediata ma affatto superficiale. Il giocatore si trova davanti una piccola isola disabitata e riceve, da subito, una manciata di edifici sotto forma di “pacchetti”. Ogni edificio, una volta collocato, genera un certo punteggio a seconda della sua posizione in relazione ad altri elementi già presenti sull’isola. Posizionare una casa vicino a un mercato può portare vantaggi, mentre accostare due strutture produttive identiche troppo vicine può invece generare malus, a causa della competizione per le risorse. È un sistema di incentivi e penalità che incoraggia l’osservazione, la pianificazione e, soprattutto, la conoscenza delle sinergie tra gli elementi.
Non ci sono soldi da guadagnare, né risorse da gestire nel senso classico del termine. Tutto si basa su come e dove posizionare ogni struttura. Il cuore di Islanders: New Shores è proprio questo: un puzzle-game mascherato da city builder, dove ogni scelta è una tessera da incastrare, ogni isola un quadro da comporre. L’obiettivo è semplice: raggiungere un determinato punteggio per sbloccare nuovi pacchetti di edifici e continuare a costruire. Una volta accumulati abbastanza punti, il gioco ti propone una nuova isola da colonizzare. Non si torna indietro: ogni nuova isola rappresenta una sfida autonoma, da affrontare senza la possibilità di rivedere o modificare le scelte precedenti. È una formula che stimola la sperimentazione, l’efficienza, ma anche un certo abbandono zen al flusso delle cose. Si può ricominciare, certo, ma non si può mai “correggere” davvero.

Per chi ha già familiarità con il titolo originale Islanders, pubblicato nel 2019, New Shores rappresenta qualcosa a metà tra un seguito e un’espansione. Il nucleo concettuale è rimasto pressoché intatto, ma ciò che cambia — e in modo significativo — è la quantità e la varietà di contenuti.
In primo luogo, New Shores introduce un maggior numero di biomi, ciascuno con le proprie caratteristiche morfologiche. Alcune isole sono lunghe e strette, altre punteggiate da scogli, altre ancora interrotte da flussi di lava o costellate di picchi montuosi. Questo ha un impatto concreto sul modo in cui il giocatore si approccia alla costruzione: non si tratta più solo di scegliere “dove mettere cosa”, ma anche di interpretare al meglio il terreno a disposizione, cercando incastri virtuosi tra spazio e funzione. A livello ludico, la variabilità dei biomi è forse l’elemento che più contribuisce a tenere vivo il loop di gioco.
In secondo luogo, cresce il numero di edifici disponibili: più di quaranta, tra strutture residenziali, centri religiosi, edifici produttivi e monumenti. Alcuni funzionano in modo complementare, altri invece vanno tenuti a distanza per evitare malus. Questa ricchezza permette al giocatore di sviluppare strategie più articolate e di costruire insediamenti sempre diversi, anche solo dal punto di vista estetico.
La versione PS5 brilla per fluidità e precisione, e l’adattamento ai controlli da pad è stato realizzato con cura: selezionare, ruotare, posizionare gli edifici risulta comodo e intuitivo, senza frustrazioni o rallentamenti. E anche se si percepisce che l’interfaccia nasce originariamente per mouse e tastiera, la conversione è tra le più riuscite nel genere.

A livello di struttura, Islanders: New Shores offre due modalità principali: la modalità classica (chiamata anche “Punteggio”) e la modalità sandbox.
Nella modalità punteggio, l’obiettivo è massimizzare i punti ottenuti su ogni isola, sbloccando nuovi edifici fino a raggiungere la soglia necessaria per passare alla successiva. Il game over avviene quando non si riesce a ottenere un numero sufficiente di punti per sbloccare nuovi pacchetti. La sfida, quindi, è tutta nel trovare combinazioni ottimali, gestire al meglio lo spazio limitato e far crescere l’insediamento senza compromettere le future possibilità. Inizialmente facile e intuitivo, il gioco diventa via via più esigente, specialmente nelle fasi avanzate: gli edifici si fanno più complessi, il terreno più accidentato, e ogni scelta richiede maggiore attenzione.
La modalità sandbox, invece, rimuove del tutto l’elemento della sfida. Qui si è liberi di costruire a piacimento, senza limiti di punteggio o condizioni di sconfitta. È uno spazio di pura espressione creativa, perfetto per sperimentare, rilassarsi o semplicemente osservare come si combinano tra loro i diversi elementi. Ogni progetto può essere salvato a parte, e la modalità supporta anche l’utilizzo della “modalità foto”, con filtri, angolazioni e opzioni di visualizzazione che fanno risaltare il lato visivo dell’opera. Una scelta intelligente che amplia il ventaglio d’uso del gioco e ne sottolinea la doppia anima: da una parte strategico e calcolatore, dall’altra meditativo e contemplativo.

Uno degli aspetti più riusciti di Islanders: New Shores è senza dubbio la direzione artistica. Non ci troviamo davanti a un titolo tecnicamente impressionante o graficamente spettacolare, ma la coerenza stilistica è notevole. Le isole sembrano modellini in miniatura, piccoli mondi da collezione realizzati con colori pastello e forme geometriche semplificate. Non ci sono animazioni frenetiche né effetti speciali invasivi: tutto si muove lentamente, con una grazia che ben si sposa con il tono generale dell’esperienza. La palette cromatica cambia a seconda del bioma, e alcuni scenari offrono combinazioni davvero gradevoli, come foreste lussureggianti in cui il verde si fonde con il blu dell’oceano, oppure deserti ocra solcati da canyon. La visuale è completamente libera: si può ruotare l’inquadratura, zoomare, scattare screenshot. È evidente che gli sviluppatori abbiano voluto offrire un gioco “fotogenico”, che invita il giocatore a contemplare ciò che ha costruito. Una filosofia estetica che si estende anche all’interfaccia, sempre sobria e non invasiva.
Il comparto audio segue la stessa filosofia. Le musiche sono leggere, quasi eteree, e accompagnano le sessioni di gioco senza mai imporsi. Non ci sono melodie memorabili in senso stretto, ma il sound design è efficace nel creare un’atmosfera tranquilla, perfetta per chi ama giocare mentre ascolta un podcast o semplicemente perdersi nei propri pensieri. Le sonorità ambientali sono altrettanto misurate: onde, cinguettii, piccoli rumori contestuali. Anche qui, l’obiettivo è non disturbare mai la calma del giocatore.

C’è da dire che Islanders: New Shores non è per tutti. Chi cerca un gestionale complesso, ricco di parametri da monitorare, grafici da interpretare o crisi da risolvere, probabilmente troverà il gioco troppo scarno. Non ci sono cicli economici, né popolazione attiva, né eventi casuali da fronteggiare. La difficoltà sta tutta nel puzzle, nella logica degli incastri, nel capire come massimizzare il punteggio senza esaurire le risorse spaziali a disposizione. Ma è proprio in questa sottrazione di complessità che il gioco trova la sua unicità. Non pretende attenzione costante, non genera ansia, non ti mette fretta. È un gioco che puoi accendere per una mezz’ora tranquilla o lasciarti accompagnare per un’intera serata. La sua forza sta nel ritmo lento, nel modo in cui ti invita a pensare in modo visivo e geometrico, a cercare equilibrio tra funzionalità e bellezza.
E sebbene la ripetitività sia inevitabile — il loop, alla fine, è sempre lo stesso — la varietà dei biomi, la qualità del design e la possibilità di inseguire punteggi migliori o semplicemente creare isole perfette, rendono l’esperienza sempre piacevole. Può capitare, dopo una lunga giornata, di cercare un’esperienza di gioco che non richieda sforzo ma offra comunque soddisfazione. Islanders: New Shores è esattamente quel tipo di esperienza.
Islanders: New Shores su PlayStation 5 si presenta come un titolo che non vuole stupire con fuochi d’artificio, ma riesce comunque a incantare grazie alla sua semplicità elegante. È un gioco che si prende il suo tempo, che non ti chiede nulla se non la voglia di costruire. Perfetto per chi ama l’ordine, la simmetria, il piacere visivo del “tutto al posto giusto”. Lontano dai gestionali classici, riesce però a parlare a un pubblico trasversale: ai giocatori esperti che cercano una pausa dal caos, agli amanti del design e della composizione spaziale, a chi magari non ha mai provato un city builder per timore della sua complessità. È accessibile, leggero, ma non per questo banale. Sì, la struttura è ciclica. Sì, alcune meccaniche si ripetono. Ma è proprio in questa ripetizione, in questa ritualità, che Islanders: New Shores trova la sua identità più profonda. Un piccolo gioiello per chi sa apprezzare la bellezza della lentezza e della precisione.
ISLANDERS: New Shores ti dà il benvenuto. Costruisci la tua isola personale in un mondo calmo e minimalista, con nuove ed emozionanti funzioni che conservano il fascino classico stimolando una nuova creatività.Islanders: New Shores
VOTO FINALE - 8.1
8.1
